Benediciamo il mondo

Ciascuno di noi ha compiuto e compie ogni giorno delle azioni, le cui conseguenze sono spesso diverse dalle aspettative. Anche per questo si parla tanto di consapevolezza, ossia avere cognizione, coscienza: aver piena consapevolezza di qualcosa, esserne perfettamente al corrente“, in particolar modo dei suoi risvolti sulla vita e poter agire su quegli ingranaggi che aprono e chiudono le strade da percorrere.

Ma quanto siamo al corrente di ciò che facciamo?

Una delle basi del vivere civile è la comunicazione. Attraverso la comunicazione costruiamo progetti, creiamo relazioni, interagiamo col mondo. L’azione è quasi sempre una conseguenza di una comunicazione, prima di tutto con se stessi, che trova attuazione in dei progetti di vita, con a disposizione tutto ciò che è alla nostra portata in quel determinato momento. La parola è quindi uno strumento estremamente potente con cui diamo origine alla modificazione della realtà.

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste (…) E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…Giovanni

La parola come l’evoluzione di significato da «parabola» a «discorso, parola» si ha già nella Vulgata, in quanto le parabole di Gesù sono le parole divine per eccellenza. Con le parole si convincono le persone e si modificano i loro pensieri, che agiscono sulle azioni e quindi sulla realtà.

La parola crea la realtà e influisce su di essa ben oltre alle intenzioni spesso inconsapevoli di chi le pronuncia. Per questo Don Miguel Ruiz, nel primo dei cinque accordi, scrive

“Sii perfetto nella parola”

che significa parlare con integrità e dire solo ciò che si vuole esprimere esattamente. Significa anche evitare il pettegolezzo e cercare di usare le proprie parole per l’amore e la verità, piuttosto che per l’odio e la faziosità. Sempre secondo Ruiz, il pettegolezzo è una delle più pericolose forme di magia nera.

Ma è sempre così?

Senza cercare definizioni altisonanti e suggestive, benedire e maledire si può agevolmente dedurre che possano anche significare dire bene e dire male e quindi dare origine ad un processo che, attraverso il passaparola, si estende ben oltre gli interlocutori iniziali, con effetti sorprendenti. Pensiamo all’effetto farfalla, presente nella teoria del caos. L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Una parola che genera altre parole, fino a modificare ciò che è e trasformarlo in ciò che è detto.

Quando sentiamo di aver subito un’ingiustizia, siamo portati naturalmente ad una reazione rabbiosa e istintiva di difesa, sentendoci invasi nel nostro territorio e chi ci sta in qualche modo ostacolando diventa un nemico, chiunque egli sia. E’ un sentimento molto umano, che Catullo riassume splendidamente in questo carme in soli due versi:

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior”.

Odio e amo. Forse tu chiedi perché io faccia ciò? Non so, ma sento che accade e mi tormento.

Anche per il poeta dell’Impero Romano di origine veronese, siamo schiavi di automatismi laceranti, che portano la macchina umana ad essere spesso artefice di terribili atrocità. La stessa inconsapevolezza che il Cristo ha dichiarato sulla croce, quando ha perdonato il genere umano “perché non sa ciò fa“.

La carne è debole, d’altronde, e la tentazione di alleggerirsi il carico e trovare nel mal comune del gaudio è una cosa che fanno tutti, più o meno consapevolmente.

Ma se sapessimo le conseguenze delle nostre azioni, nella maggior parte delle volte agiremmo diversamente. Come anche De André scrive in una sua canzone

“La maledicenza insiste, batte la lingua sul tamburo, fino a dir che un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo”.

evidenziando come una maldicenza possa diventare una vera e propria maledizione per chi la subisce, costruendo una sorta di profezia auto-avverante che costringe la sua vittima ad essere ciò che si dice di lei. Peccato che alla fine il Nano della canzone, al lume del rancore, diventi procuratore e chiuda il ciclo assicurando al boia tutti quelli che lo hanno umiliato. L’umiliazione e la vergogna generano risentimento, che si può sfogare attaccando se ci si sente più forti, scappando se ci si sente più veloci o rimanendo paralizzati nel peggiore dei casi, in cui si sente di essere più lenti e più deboli. In ogni caso, di ingiustizia in ingiustizia, aumenta la sete di vendetta e la voglia di tornare il male che si è ricevuto.

Spesso si fa leva sul carattere di una persona, insistendo su alcune caratteristiche che hanno procurato delle azioni o delle parole percepite come delle ingiustizie ed ecco la replica immediata (e automatica in chi non ne è consapevole) che finisce quasi sempre in un litigio. Durante un litigio vengono tirate fuori tutte le colpe gli uni degli altri e le parole diventano taglienti, con lo scopo di ferire l’altro. Ciascun litigio è una sorta di battaglia e ci si accorge troppo tardi che le stesse ferite che vengono inflitte all’altro, anche se possono portare un leggero e illusorio sollievo di alleggerimento di una colpa personale, feriscono anche chi che le ha pronunciate. Se fossimo consapevoli del male che andranno a generare non avremmo più alibi per insistere in questo comportamento autolesionista (anche nuocere alle persone che fino a poco prima si erano amate porta e inevitabili sensi di colpa).

Ci si dimentica che il carattere è proprio di una persona, ma l’atteggiamento che questa ha con noi dipende da noi completamente. Ciascuna persona si mostra diversamente a seconda del grado di confidenza, di rispetto, di accoglimento e di intimità che trova nell’altro. Chiunque, se attaccato, tende a difendersi, a prescindere dalla ragione, che troverà sempre un fondamento su cui appigliarsi. Si dice spesso

Vuoi essere felice o avere ragione?

come a evidenziare come le due cose non vadano a braccetto, anzi. Per Pascal

“Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”

tanto per rimarcare ulteriormente il concetto.

Per concludere, vorrei esortare a prestare più attenzione a ciò che si dice e, ancora di più, a non partecipare attivamente nel ciclo delle maldicenze, evitando il più possibile di parlar male di se stessi e degli altri.

Parlare male della società in cui si vive non migliora la società, ma aumenta il malcontento e diminuisce la capacità di agire con decisione per creare una realtà diversa grazie all’apporto personale.

Parlare male della propria famiglia denigra ogni suo componente.

Parlare male dei propri amici (o ex amici) porta a rimanere da soli, con altre persone sole nel loro ciclo di maldicenze. Già, è proprio così.

Tutto quello che viene maledetto rimanda un’energia dello stesso tenore, anche se molto più potente.

Gli effetti che le parole generano si capiscono solo quando le loro conseguenze bussano alla porta, creando altri presupposti per fomentare questo ciclo.

Certo che la tentazione di punire ciò che è sbagliato fa parte di noi dai tempi di Adamo ed Eva, dimenticando che ci pensa da sola, la vita, a chiudere i conti. Non bisogna dimenticarsi che tutti commettono errori, che erano il frutto della sintesi di ciò che sembrava vero in quel momento.

Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di leiGv 8,7

Non appena l’uomo si erge a giudice del bene e del male entra inevitabilmente in una serie di contraddizioni che non hanno fine, perché cambiano le sue idee.

La coerenza è la virtù degli stolti“. Oscar Wilde

Inseguendo il giudizio si segue la separazione e la separazione è molto dolorosa, perché impedisce di amare.

Ricordiamo che ogni maledicenza apre un ciclo di malessere che si dovrà chiudere prima o poi, è solo una questione di tempo (Karma).

Allo stesso modo, ogni benedizione ne apre uno di benessere (Dharma).

Un modo per uscire dal ciclo vizioso e instaurarne uno virtuoso è, per mia e non solo mia esperienza, la preghiera (vedi anche mantra nei primi approcci alla meditazione e ho’oponopono), ottimo strumento per cambiare rotta e uscire dall’Inferno e dalla sua spirale a scendere, per entrare nel Purgatorio.

La Preghiera punta dritta verso l’alto, verso il miglior te stesso e, nonostante le sofferenze causate dalle dipendenze, dalle paure, dagli attaccamenti e dalle vecchie e care abitudini, si affaccia la speranza.

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One thought on “Benediciamo il mondo

  1. Direi che dopo un articolo cosi, siamo pronti per il primo evento…
    Chi vorrebbe partecipare ad un evento dove si approfondisce l’importanza del riuscire a parlar bene anche quando tutto ci vorrebbe far dire l’opposto?

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